Chi abita nel tuo condominio? Chi è il tuo nuovo vicino di casa? Chi vive nella tua via, nel tuo quartiere?
A tutte queste domande spesso non riusciamo a dare risposta. Non siamo tenuti a saperlo e non ci è dato sapere chi sono le persone che abitano a pochi passi da noi.
 
Il vivere oggi nell’epoca della globalizzazione determina in taluni casi la perdita del legame con il locale: viaggiamo, o desideriamo di viaggiare, in posti lontani migliaia di chilometri; ci spostiamo per studiare o per lavorare; conosciamo due, tre, quattro lingue; comunichiamo con amici che non “tocchiamo” da anni ma, spesso, non conosciamo il nostro vicino di casa. Quello che stiamo vivendo è un vero e proprio fenomeno di “sradicamento” che non ci da neanche troppe preoccupazioni, lo consideriamo come una condizione da affrontare, prima o poi, per vivere bene, anzi, per vivere meglio.
 
I social media, con tutti i loro lati positivi, sono intervenuti sulla scena mondiale andando ancora di più ad incentivare questo fenomeno. Permettono di essere interconnessi con il resto del mondo, provocando però la creazione di “legami deboli” la cui deriva sempre più attuale è la fatica immotivata a vivere la prossimità ed abitare i luoghi. Il problema quindi non è tanto la dimensione globale, che, anzi, è molto ben sviluppata ma bensì la dimensione locale che viene tralasciata e molto spesso abbandonata come se non fosse importante.
E questo è paradossale.
 
Oggi, il rischio più grande è quello di vivere soli ma non isolati. Si può vivere vicini fisicamente e spazialmente ad altre persone ma in solitudine. Tutto questo aumenta la paura e la diffidenza verso lo sconosciuto e la distanza sociale tra gli individui. La tentazione è quindi quella di non vivere i luoghi della nostra vita reale: luoghi, che così intesi indicano il posto in cui abitiamo, in cui intessiamo relazioni di scopo, in cui ci sentiamo riconosciuti ed anche protetti.
 
Questa mancanza di conoscenza e di una relazione, più o meno stabile, con il nostro vicino incide notevolmente sulla percezione di sicurezza. La paura, alimentata dalla perdita della dimensione locale e territoriale, porta a richiedere mezzi di tutela della nostra solitudine ma, di conseguenza, limitativi della nostra stessa libertà (pensiamo ai sistemi di videosorveglianza o ai nuovi stessi meccanismi di “controllo di vicinato”), credendo che possano essere un ottimo strumento di prevenzione contro qualsiasi atto, potenzialmente criminale, del nostro vicino.
 
Ebbene, la criminologia ci insegna che questi strumenti risolvono il problema solo in maniera superficiale; ciò che si deve richiedere sono politiche che incidono sul territorio e sulla prossimità con il fenomeno criminale. Per far questo bisogna coinvolgere la comunità rendendola parte attiva della prevenzione in modo tale da togliere terreno fertile alla criminalità e da provocare la creazione di nuovi legami sociali forti all’interno della comunità. La collaborazione reciproca è una prima barriera nel contenimento del crimine seguita da una mutua fiducia, nata dalle relazioni sociali, che sollecita altri ad intervenire per risolvere i problemi comuni.
 
La criminologia ci insegna che questi strumenti risolvono il problema solo in maniera superficiale; ciò che si deve richiedere sono politiche che incidono sul territorio e sulla prossimità con il fenomeno criminale. Per far questo bisogna coinvolgere la comunità rendendola parte attiva della prevenzione. 
 
Non possiamo dimenticarci che l’uomo è un “animale relazionale”, per vivere bene ha bisogno di essere in relazione con qualcuno, di essere riconosciuto e di sentirsi membro di una comunità. Vivere da soli non è di per sé un problema ma per stare bene, in una dimensione comunitaria, dobbiamo porci in relazione con gli altri, in primis con il nostro vicino di casa.
 
Da ormai alcuni anni un modello, rivolto all’alimentazione delle relazioni sociali e all’implementazione del concetto di “luogo”, è quello delle “social streets”. Questo esperimento, nato a Bologna, si focalizza sull’utilizzare i social media, in particolare i gruppi chiusi di Facebook, come facilitatori di relazioni che non si risolvono nella rete ma che aspirano a determinare un passaggio dal virtuale al reale con lo scopo di favorire pratiche di buon vicinato, di instaurare legami di scopo e di partecipare a programmi collettivi.
 
L’unico obbiettivo delle social streets è la riattivazione della comunità di un particolare territorio. Dalle linee-guida presentate nel loro sito (http://www.socialstreet.it/), si sottolinea l’importanza dell’applicazione ad un territorio circoscritto per favorire la destrutturazione delle categorie in cui normalmente le persone si riconoscono che spesso ostacolano la creazione di relazioni solide.
Il modello deve caratterizzarsi per la gratuità e per la sua indipendenza: ognuno deve poter agire come vuole per riattivare i legami sociali e solo i residenti di un particolare territorio possono partecipare come tali, non in rappresentanza di enti, istituzioni, comitati, organizzatori o di partiti politici. Una prospettiva, quindi, di inclusione che si caratterizza di una certa iniziativa “dal basso”.
 
A Monza, nella nostra città, ci sono state esperienze di questo tipo: il gruppo della via di San Gottardo è attualmente attivo con 86 residenti al suo interno mentre la social street di Via Bergamo ha da poco chiuso. Pur contando un numero di iscritti particolarmente alto, più di 400, non si è riuscito a diffondere lo spirito di questa iniziativa, a causa dell’eccessiva pubblicizzazione di eventi, anche non appartenenti a Monza, e la mancanza di una prospettiva di aiuto e di scambio reciproco.
 
Chi scrive non può fare altro che, rispettando le regole rigide delle social streets, invitare la comunità ad organizzarsi e a prendere parte di questo modello, per iniziare a vivere, nel vero senso della parola, i nostri luoghi. Tu, invece, caro lettore, puoi avere un ruolo attivo in questo, cosa stai aspettando?
 
Filippo Villa